Uno spazio di ascolto per difficoltà emotive, relazionali, scolastiche e per accompagnare la crescita, l’autostima e la costruzione dell’identità.

Quando il paziente è minorenne

Quando a chiedere aiuto è un bambino o un adolescente, il percorso terapeutico richiede alcune attenzioni specifiche.

Da una parte è importante conoscere il contesto familiare e costruire una collaborazione con i genitori; dall’altra, soprattutto con la crescita, è fondamentale che il ragazzo possa percepire la terapia come uno spazio personale, riservato e sufficientemente libero, nel quale potersi raccontare senza sentirsi osservato o giudicato.

Per questo il coinvolgimento dei genitori cambia in relazione all’età, alla maturità del ragazzo e alla problematica per cui viene richiesto l’intervento.

Il consenso dei genitori

Per iniziare un percorso psicologico o psicoterapeutico con una persona minorenne è necessario il consenso di entrambi i genitori che esercitano la responsabilità genitoriale. Questo vale, in linea generale, anche quando i genitori sono separati: le decisioni di maggiore interesse relative alla salute del figlio competono a entrambi, salvo differenti provvedimenti dell’autorità giudiziaria. 

Il consenso non rappresenta soltanto un adempimento formale: permette di chiarire fin dall’inizio caratteristiche, obiettivi e condizioni del percorso. Anche il minore deve ricevere informazioni comprensibili e adeguate alla propria età e capacità di comprensione, affinché possa essere parte attiva del percorso che lo riguarda. 

Fino ai 12 anni

Quando il bambino ha fino a 12 anni, ritengo importante effettuare prima un colloquio con i genitori.

Questo primo incontro permette di ricostruire la storia del bambino, comprendere il motivo della richiesta, raccogliere informazioni sul suo sviluppo, sulle relazioni familiari, sulla scuola e sugli eventuali cambiamenti o eventi significativi. Preferibilmente incontro entrambi i genitori. Quando la coppia è separata o, per ragioni relazionali o organizzative, un incontro congiunto non è opportuno, è possibile incontrare madre e padre separatamente. Solo successivamente viene organizzato l’incontro con il bambino, in modo che possa entrare nel percorso senza dover essere lui a spiegare o ricostruire tutto ciò che gli adulti già conoscono della situazione.

Dai 13 ai 15 anni

Tra i 13 e i 15 anni considero importante iniziare a riconoscere all’adolescente uno spazio di autonomia molto più ampio.

Per il primo colloquio consiglio generalmente che il ragazzo venga accompagnato da almeno uno dei genitori, così che possa esserci una prima conoscenza reciproca tra terapeuta, adolescente e famiglia.

Sarà però il ragazzo a poter scegliere se entrare inizialmente da solo oppure insieme al genitore.

Quando il colloquio inizia insieme, dopo una breve parte introduttiva dedicata alla presentazione e alla definizione del motivo dell’incontro, chiedo al genitore di lasciare la stanza.

Da quel momento lo spazio diventa soprattutto lo spazio dell’adolescente: deve poter raccontare ciò che vive attraverso le proprie parole, scegliendo tempi e modalità senza avere la sensazione di dover confermare o smentire ciò che è stato detto dagli adulti.

Dai 16 anni

Dai 16 anni il ragazzo può presentarsi anche da solo fin dal primo colloquio, naturalmente dopo che sono stati acquisiti i consensi necessari da parte di chi esercita la responsabilità genitoriale. A questa età considero particolarmente importante riconoscere e rispettare la crescente autonomia dell’adolescente e costruire direttamente con lui l’alleanza terapeutica.

Essere minorenne, tuttavia, significa che il percorso non può essere pensato come completamente separato dal contesto familiare. Quando la situazione clinica lo rende opportuno, i genitori possono quindi essere coinvolti in alcuni momenti del percorso, con modalità che vengono chiarite e condivise con il ragazzo, tutelando per quanto possibile la fiducia e la riservatezza costruite nella relazione terapeutica. Questo coinvolgimento assume particolare importanza in alcune problematiche, come i Disturbi del Comportamento Alimentare, nei quali il contesto familiare e la collaborazione tra le figure coinvolte possono diventare parte significativa del lavoro terapeutico.

E cosa viene raccontato ai genitori?

Un adolescente ha bisogno di sapere che ciò che racconta in terapia non viene automaticamente riferito ai genitori.

La possibilità di avere uno spazio riservato è infatti essenziale perché possa fidarsi della relazione terapeutica e sentirsi libero di parlare. Allo stesso tempo, soprattutto quando il paziente è minorenne, può essere necessario mantenere un dialogo con i genitori sul percorso, sui bisogni del ragazzo e sugli aspetti che richiedono la loro collaborazione.

Il mio obiettivo è quindi trovare, caso per caso, un equilibrio tra il diritto dell’adolescente ad avere uno spazio personale e la responsabilità degli adulti che si prendono cura di lui.

Naturalmente, la riservatezza professionale trova i limiti previsti dalla legge e dal Codice Deontologico nelle situazioni in cui sia necessario tutelare la salute o l’incolumità del minore. Il Codice Deontologico disciplina espressamente sia le prestazioni rivolte ai minorenni sia gli obblighi di riservatezza dello psicologo. 

Crescere significa anche conquistare progressivamente uno spazio proprio.
Nel lavoro con bambini e adolescenti cerco di costruire un’alleanza con i genitori senza togliere al ragazzo la possibilità di sentire la terapia come un luogo realmente suo.