ARFID: cos’è il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo
L’ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder) è un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione riconosciuto dal DSM-5, caratterizzato dall’evitamento o dalla restrizione di determinati alimenti, senza che vi sia una preoccupazione legata al peso o all’immagine corporea, come accade invece nell’anoressia nervosa.
Può manifestarsi già durante l’infanzia e l’adolescenza, ma interessare anche gli adulti, influenzando il benessere fisico, psicologico e relazionale della persona.
Come si manifesta e quali sono i criteri diagnostici?
L’ARFID può presentarsi attraverso una forte sensibilità a sapori, odori, colori e consistenze degli alimenti, uno scarso interesse verso il cibo oppure una paura intensa delle conseguenze del mangiare, come soffocare, vomitare o sentirsi male.
Secondo i criteri diagnostici del DSM-5, la restrizione alimentare deve comportare conseguenze significative, come perdita di peso o difficoltà nella crescita, carenze nutrizionali, necessità di ricorrere a supplementi alimentari oppure una compromissione importante della vita quotidiana e delle relazioni sociali.
Per formulare una diagnosi è inoltre necessario escludere che le difficoltà siano spiegate dalla mancanza di cibo disponibile, da pratiche culturali o da altre condizioni mediche o psicologiche che giustifichino pienamente il comportamento alimentare.
ARFID e sensibilità sensoriale
In molte persone con ARFID, il rapporto con il cibo è profondamente influenzato dalla sensibilità sensoriale. Una determinata consistenza, un odore o un sapore possono provocare disgusto, ansia o una reazione di evitamento.
Queste difficoltà non devono essere interpretate semplicemente come capricci o preferenze alimentari, soprattutto nei bambini. Possono rappresentare un disagio reale, che richiede ascolto, comprensione e una valutazione specialistica.
Come si affronta l’ARFID?
Il trattamento dell’ARFID richiede un approccio personalizzato e, quando necessario, multidisciplinare, che integri competenze psicologiche, nutrizionali e mediche.
Tra gli interventi utilizzati rientrano la terapia cognitivo-comportamentale e le tecniche di esposizione graduale agli alimenti evitati. Attraverso un percorso progressivo, la persona può imparare a familiarizzare con nuovi cibi, consistenze e sapori, riducendo l’ansia e ampliando gradualmente la propria alimentazione.
In presenza di particolari difficoltà sensoriali, possono essere utili anche interventi specifici di regolazione sensoriale, individuati sulla base delle caratteristiche individuali.
Nei bambini e negli adolescenti è fondamentale anche il coinvolgimento della famiglia, affinché il momento del pasto non diventi un’esperienza di pressione o conflitto.
L’importanza di un percorso psicoterapeutico
Nel mio approccio ritengo fondamentale non limitarsi al comportamento alimentare, ma comprendere anche le emozioni, le paure e i meccanismi psicologici che possono accompagnare il disturbo.
La psicoterapia può aiutare la persona a riconoscere e affrontare il disagio emotivo associato al cibo, favorendo un cambiamento che tenga conto della sua storia e delle sue caratteristiche individuali.
Riconoscere precocemente i segnali dell’ARFID e rivolgersi a professionisti qualificati permette di costruire un percorso di valutazione e trattamento adeguato, rispettoso dei tempi e dei bisogni della persona.
