“Ci sembra di vivere un incubo. Mia figlia è sempre stata solare, chiacchierona, piena di amici e di voglia di fare. Da qualche settimana, però, si è incupita: sta chiusa in camera, piange, è lunatica. Guarda il piatto, scoppia a piangere e torna a chiudersi in camera. Cosa possiamo fare? Ci sentiamo confusi e impotenti.”
Queste sono le angosce e le domande che molti genitori si trovano improvvisamente ad affrontare. Probabilmente sono anche le vostre.
Comprendere perché insorga un disturbo alimentare non è semplice, così come individuare un preciso evento scatenante. Si tratta di condizioni complesse, nelle quali intervengono fattori psicologici, biologici, familiari e sociali.
Può sembrare incomprensibile che un figlio si impedisca di mangiare nonostante la fame o che continui a percepirsi in sovrappeso anche quando è visibilmente dimagrito.
Come ricordo spesso ai genitori che accompagno nel percorso terapeutico, affrontare un disturbo alimentare richiede tempo, pazienza e comprensione.
Quando un disturbo alimentare entra in famiglia
La presenza di un disturbo alimentare modifica inevitabilmente gli equilibri familiari.
Se ci sono fratelli o sorelle, è importante spiegare loro ciò che sta accadendo con parole adeguate all’età, favorendo un clima di dialogo e trasparenza.
I fratelli devono poter comprendere la difficoltà che sta vivendo il proprio familiare, senza sentirsi responsabili della sua guarigione. Hanno bisogno di continuare a vivere la propria quotidianità, mantenendo spazi, attenzioni e bisogni personali.
La manifestazione più evidente di un disturbo alimentare riguarda spesso il cambiamento delle abitudini alimentari. Tuttavia, dietro il rapporto problematico con il cibo possono nascondersi una profonda insicurezza, una percezione negativa di sé e difficoltà nella gestione delle emozioni.
Nella mia esperienza clinica ho incontrato molti ragazzi e ragazze con una bassa autostima, spesso accompagnata dalla sensazione di non valere abbastanza.
Anche il confronto con fratelli, sorelle o coetanei può diventare fonte di sofferenza, alimentando sentimenti di inadeguatezza e difficoltà relazionali.
Come aiutare un figlio con un disturbo alimentare?
Avere un figlio o una figlia con anoressia o un altro disturbo alimentare mette profondamente alla prova.
Può capitare di perdere la pazienza, arrabbiarsi o sentirsi impotenti. In questi momenti è importante ricordare che vostro figlio non ha scelto di ammalarsi.
Se nega il problema, non significa necessariamente che voglia rendervi la vita difficile. La difficoltà a riconoscere la gravità della propria condizione può essere parte del disturbo e riflettere paure profonde legate al cambiamento e alla guarigione.
Anche quando appare forte e determinato, dietro alcuni comportamenti può nascondersi una grande fragilità emotiva.
I sensi di colpa possono essere molto intensi. Spesso i ragazzi percepiscono la sofferenza dei genitori e vorrebbero alleviarla, pur trovandosi contemporaneamente a combattere contro le proprie paure.
Comprensione, affetto e contenimento emotivo sono fondamentali.
È importante comunicare la propria preoccupazione senza trasmettere un’angoscia eccessiva, mantenendo una presenza rassicurante ma attenta.
Vostro figlio ha bisogno di sapere che lo amate, anche nei momenti più difficili, e che siete presenti per aiutarlo.
Allo stesso tempo, è essenziale che i genitori possano ricevere un sostegno professionale per costruire un approccio educativo condiviso e coerente, coinvolgendo, quando opportuno, anche gli altri familiari.
Adolescenza, cambiamenti e bisogno di controllo
I disturbi alimentari possono manifestarsi durante l’adolescenza, una fase della vita caratterizzata da importanti trasformazioni fisiche, psicologiche e relazionali.
Il corpo cambia, emergono nuove emozioni, aumenta il bisogno di autonomia e si intensifica il confronto con gli altri.
Le aspettative degli adulti, le relazioni con i coetanei, la scoperta della sessualità e la costruzione della propria identità possono generare ansie e insicurezze difficili da gestire.
Per alcuni adolescenti, il controllo dell’alimentazione può diventare un tentativo di ritrovare sicurezza in un momento in cui tutto sembra sfuggire di mano.
Limitare il cibo e osservare i cambiamenti del proprio corpo può offrire un’illusoria sensazione di controllo, rendendo progressivamente più difficile abbandonare i comportamenti legati al disturbo.
L’importanza di riconoscere precocemente i segnali
Non mi stancherò mai di sottolineare quanto sia importante intervenire precocemente di fronte ai primi segnali di disagio emotivo e alimentare.
Quando una difficoltà non è più legata a un episodio isolato, ma tende a ripetersi e a mantenersi nel tempo, è importante non sottovalutarla.
Non è necessario aspettare che i sintomi diventino evidenti o che il disturbo comprometta significativamente la salute per chiedere un confronto professionale.
Un intervento tempestivo può favorire un percorso di cura più efficace e prevenire l’aggravarsi della situazione.
Affrontare un disturbo alimentare è faticoso, sia per chi ne soffre sia per tutta la famiglia. Ma non è un percorso che deve essere affrontato da soli.
Con un sostegno specialistico adeguato, un approccio integrato e il coinvolgimento della famiglia, è possibile accompagnare ragazzi e ragazze verso un rapporto più sereno con il cibo, con il proprio corpo e con se stessi.
Dott.ssa Emanuela Iappini – Psicologa Psicoterapeuta
Articolo originariamente pubblicato su prevenzionedca.com.
